Compagnia teatrale Anemofilia

"Anemofilia" è l'impollinazione naturale tramite il vento: come il polline fa nascere nuova vita, così il nostro teatro prova a far nascere un nuovo punto di vista e una nuova riflessione su temi quali integrazione, intercultura, consapevolezza femminile.

La scena non ti abbandona. Non si chiude come un libro in attesa delle dita, non è un saluto d’imbarazzo scivolato tra due treni. La scena esiste, al di là del sipario. Respira sul palco come dietro di lui. È un sistema sanguigno, arterie già gonfie d’ossigeno e vene che sgorgano fuori dal petto a pulire la rabbia o la malinconia. Smacchiano lacrime, detergono gli occhi di ogni ferita. E scalfiscono il palato, anche quando l’applauso è s-finito da un po’.

Lo sa bene l’uomo qualunque, molto più di Erving Goffman, che di fronte alla gente si è sulla ribalta, non si può mostrare tutto e anzi a volte è meglio mostrare soltanto ciò che non si possiede, giocare d’inganno o di eterno rilancio. Che il proscenio è sempre acceso quando si affronta l’altro. Soprattutto se l’altro ha il tuo stesso nome.

L’attore o l’autore lo vivono addosso. Abitano un testo e le sue derivazioni, le piogge e gli odori di ogni battuta, che diventano gesto e dunque memoria. Chiedono asilo in quello spazio vuoto tanto caro a Peter Brook, lo trasformano in casa, lo arredano, lo sporcano e poi lo affittano agli umori di chi guarda.

Recitare come scrivere significa sapere che lo sforzo non si estingue, che il canale resta aperto, che sopravvive sempre un salto, lo scarto immortale tra quello che si intende e quello che si esprime, tra ciò che si legge e ciò che s’interpreta. Un ponte che atterra lontano da dove è partito e magari congiunge due estremi imprevisti. La sfida raccolta ogni istante dal corpo e dalla parola. Restituire ciò che si sente e ogni volta in quell’atto disperdere fiato e calore e innamorarsi di quell’entropia. E provarci comunque, dire e incarnare quel tuffo che porta spesso dove ignoriamo.

Anche assistere ad uno spettacolo ci insegna sempre a disimparare, a non essere mai pronti, malgrado tutto, a ciò che si vede. E quando di stupore non avanza neanche un’ombra e quando il viso non formicola neppure di attenzione, forse allora quel biglietto è costato troppo caro.

Chi sta impegnando queste righe ha avuto l’occasione di sperimentare. Di sedersi e recensire. Meravigliarsi e tornare alle sue cose. E poi di alzarsi e imbrattare la scena. Mettere a rischio i propri polmoni. E le sue mani. Da più di un anno ho fatto la pazzia di scegliere il teatro. O meglio di sceglierlo ancora, dopo averlo accantonato alla fine degli studi. Non come si sceglie un lavoro, perché vivrei di sublime accattonaggio, considerando quanto anche i grandi attori, quelli veri, di scuole e sudore, debbano estorcere un po’ di sostegno come fossero strozzini di cultura. E neanche come si sceglie un marito, perché quello in qualche caso si sopporta a muso stretto, vedendolo invecchiare dei nostri stessi anni. Più che altro come si sceglie un amante, che ci consola dai lividi, dagli ammacchi dei giorni arrabbiati, che sa sempre cosa fare per scaldare le cadute. La compagnia di cui faccio parte (Anemofilia per la cronaca) mi ha permesso di capire quanto profondo sia il dirupo dentro una mancanza, quanto fingere che una passione sia muta solo perché non la si ascolta non può servire molto a lungo. Quanto buttarsi oltre il margine, inzupparsi in un copione e poi riaffiorare in mezzo agli sguardi sia prezioso al di là di ciò che consegue. Ho compreso quanto valore abbia quel tempo condiviso, quel tempo costruito come un’atmosfera. E ho ricominciato a scrivere. Non solo per “raccontare” gli altri. Ma per spingere me stessa sulle bocche di quel palco. A scrivere storie, aspettando la sentenza. Il primo pezzo si chiama Fine a se stessa (da consumarsi preferibilmente entro) e sarà in gara al Festival di Spoltore, dopo aver superato la semifinale a Pescara. È già qualcosa ed qualcosa di bello, ma non è tutto.

Alcune prove si passano, altre si perdono, ma quello iato, quell’insoluta distanza e quella cieca stralunata ansia di percorrerla rimangono sempre al loro posto. Anche dopo il finale.

10 mesi fa