La maternità è un cordone, dipanato e teso al di là della pancia. Fatto di attese sfumate, altre sofferte, una strada che passa nel profondo dei corpi e poi li travalica, abbracciando memorie, incertezze, illusioni.
Il filo che lega le tre donne, fin dall’inizio dello spettacolo, è legame polimorfo:
…parto spezzato, distanza costretta, dipendenza annodata oltre il sangue, vincolo biologico e destino di genere. È urgenza e dolore dell’essere donna, madre che parte, figlia che resta, zia che ama ed alleva e poi perde tutto, nonna che congiunge i loro percorsi. Come i due tempi della vita. È velo che nasconde ferite, che avvolge soprusi e cadute. È schiaffo e carezza dei giorni.
È spazio sospeso, su cui appendere foto e rimpianti.
Lo spettacolo ondeggia tra presente e passato, tra dolcezza e tormento.
E il canto si stende come un ennesimo filo, per farsi protesta o ninnananna, nostalgia e desiderio..
(Note di regia di “Figlia d’anima”)




